venerdì 3 luglio 2015

Sappiamo tutti quanto sia difficile trovare un lavoro al giorno d'oggi. Si sostiene che, in Italia, i giovani non vogliano lavorare, ci si stupisce che non rispondano ad annunci, che non accettino di fare esperienza gratuita. Insomma, i giovani sono la pecora nera della società perché ancora non hanno capito che, per vivere di briciole, bisogna chiudere gli occhi, tapparsi le orecchie e la bocca ma, soprattutto, autoconvincersi che lo sfruttamento è solo il primo gradino di una meravigliosa carriera in ascesa che, se si è fortunati, porterà loro al posto di lavoro agognato appena un anno prima del pensionamento - sempre che non siano costretti a lavorare fino al riposo eterno.

Si ragiona di far diventare l'università frequentata uno dei criteri selettivi ai concorsi, perché ovviamente la meritocrazia è quel sistema di valori basato sul conto in banca dei genitori che ti hanno potuto fare ammettere ad un'università prestigiosa. Ma che ne è delle competenze? Quelle non sono referenziali nemmeno per governare, figuriamoci per occupare un posto di lavoro.

Il non plus ultra dei lavori offerti ai laureati è quello di addetto alle pubbliche relazioni, tradotto per i meno avvezzi ai nomi tecnici come operatore di call center. Se poi si ricercano insegnanti per doposcuola, il must è il maggior numero di ore lavorative per il minor compenso possibile. In alternativa, è consigliabile offrirsi come baby o dog-sitter: la proposta di consenziente rapporto sessuale ben retribuito è la migliore che possiate aspettarvi. 

La laurea non ti rende qualificato per molti lavori, diventa tuttalpiù ostacolo per la partecipazione alla formazione professionale (gli studenti, infatti, non possono usufruire del piano Garanzia Giovani in quanto impegnati in un corso di laurea); possono invece impegnarsi a colmare le figure mancanti all'interno delle aziende - per tagli dovuti alla crisi - contribuendo con gli stage curricolari imposti dai piani di studio per i quali non è previsto nessun compenso. La mansione più inflazionata è l'erogatore di caffè a comando e l'uomo fotocopia, nella speranza vana che qualcuno si accorga che si è capaci anche di redarre un comunicato. 

I più attraversano il confine di stato alla ricerca del "sogno lavorativo", scoprendo realtà diverse che non prevedono il dover mettere in moto tutte le proprie risorse creative per trovare il modo di guadagnare quantomeno il necessario per riempire il serbatoio dell'auto settimana dopo settimana. Scandaloso è pensare che questi individui che ripudiano la patria raccontano di veri e propri paradisi nei quali il prezzo del lavoro è bilanciato con la valuta della moneta e il prestigio della posizione occupata, di stage retribuiti, esonero delle tasse statali per quanti intraprendono un percorso di formazione universitaria, possibilità di crescita professionale.

Il giovane che lascia la terra natia per trovare fortuna, lo fa a malincuore. Perché vorrebbe una patria che gli garantisse il diritto ad una vita dignitosa, allo studio, alla realizzazione personale, alla creazione di una famiglia, al soddisfacimento dei bisogni primari, al lavoro. Non è sputare sul proprio piatto, ma ribellarsi alla prostituzione mentale che presuppone questo sistema corrotto. Perché guadagnare briciole su turni disumani non è lavorare, ma accettare di essere schiavo, come le bestie da soma.
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